Senza titolo, 2017

SPAZIO,APERTURA,LIBERTA’

La mia riflessione attorno a spazio, apertura, libertà – che qui mi limito a riportare in maniera sintetica – trae spunto dall’aver vissuto per alcune ore all’interno di alcune moschee. Con stupore, mi sono resa conto che esternare un pensiero su questi argomenti, oltre ad essere fantastico, rappresenta anche un rischio dato dalla vastità dei temi stessi che finiscono, inevitabilmente, per avere altri risvolti. L’idea che mi sono fatta è quella di una società in cui lo spazio, la libertà e l’esistenza degli individui è compresa in confini ben consapevoli.

Allo stesso tempo, si pone un concetto di spazio delimitato ma non immobile nei confronti del contenuto verso il quale si pone come contiguo.

Lontana dal voler condurre il discorso su questioni attinenti alla religione e alle diversità culturali tra Occidente e Oriente, l’indagine è condotta sul modo in cui viene vissuto lo spazio e su cosa lo fa esistere (gesti, movenze, oggetti), su quale definizione implicita acquisisce e su come interagisce prima, durante e dopo il passaggio dell’uomo con i suoi segni. Segni che si impongono come rito e caratterizzano anche dal punto di vista architettonico, lo spazio interno ed esterno di questi luoghi di culto; sono segni che rendono presenti le cose assenti e che differiscono il loro legame.

Lo spazio riservato alle donne nella moschea è definito geometricamente da una grata:  la libertà, l’apertura o la chiusura vengono da dentro, dagli sguardi che si possono solo intercettare e le parole che sottovoce si possono udire sono funzionali a ridefinire e collocare lo spazio. La grata che separa l’area di preghiera delle donne e al tempo stesso ne rafforza la realtà e l’impressione, proclama che al suo interno vige uno spazio diverso rispetto allo spazio circostante e soggetto a determinate norme. La grata segna un confine, rappresenta la sintesi di un altro spazio così che ogni riflesso di questo sistema sociale, di questa regola sulla vita umana risulti chiaro.

Lo spazio determina i movimenti, la loro apertura e libertà, li limita, costringe il corpo ad assumere posizioni a reiterare gesti, genuflessioni, porta alla totale subordinazione, in alcuni casi all’abbandono di sè.  E’ uno spazio che – come liquido primordiale – definisce l’esistenza, l’essere o meno persona, che diventa complice attivo di quanto può accadere o mancare in una vita. Allo stesso tempo, lo spazio è “in essere” in virtù del movimento e fissa un sistema di segni senza i quali non sarebbe percepibile, in una continua circolarità che non si potrà mai risolvere.