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Flatland

“Oh, luce e tenebre. Ciò è stranamente meraviglioso”

«Qual è l’origine della luce?». Nei vecchi tempi era questo un problema canonico, che i nostri eruditi si ponevano sovente. La risposta è stata cercata più volte, con l’unico risultato di affollare di aspiranti risolutori i nostri manicomi.

Voi, che avete la fortuna di avere tanto l’ombra che la luce, voi che avete due occhi dotati della conoscenza prospettica e allietati dal godimento dei vari colori, voi che potete vederlo per davvero, un angolo, e contemplare l’intera circonferenza di un Circolo nella beata regione delle Tre Dimensioni… come potrò mai render chiara a voi l’estrema difficoltà che incontriamo noi, in Flatlandia, per riconoscere le nostre rispettive configurazioni? ( Edwin A. Abbott )

“Le addormentate”

Le addormentate è il titolo che ho dato al mio lavoro nato dalla suggestione di un testo di Kawabata Yasunari.

E’ la rievocazione della figura immaginata dell’anziano Eguchi, il protagonista del racconto che osserva giovani vergini addormentate.

Lo scrittore scandisce i ritmi della narrazione, prendendo come misura i tempi della natura. Da qui, il mio intento di accostare la figura di Eguchi ad una corteccia, così provocando un effetto “straniante”.

Senza titolo, 2017

Questo lavoro fotografico prende spunto dall’opera artistica di Albrecht Duhrer ‘Sei cuscini’ e dalla poetica del lavoro di Claudio Parmiggiani, ‘Delocazioni’, in cui l’artista indaga il tema dell’assenza, e trae suggestione dall’opera letteraria ‘Essere una macchina’  di Mark O’Connell.

Nonostante il movimento del Transumanesimo – che rivendica una totale emancipazione dalla biologia di cui parla Mark O’Connell nel suo libro Essere macchina – si fondi su una versione meccanicistica della vita umana, “in cui gli uomini si considerano dispositivi tenuti e destinati a inventare versioni migliori, più efficienti potenti utili”, non si può pensare che l’esistere possa essere sostituito da tecnologie digitali, dall’intelligenza artificiale, dall’applicazione al corpo di protesi, anzi non è proprio possibile e, oltremodo, non è auspicabile, sostenere il pensiero della liberazione dell’uomo dalla sua corporeità, fisicità, dalla sua biologia.

“Se un essere umano non è il proprio corpo, è ancora un essere umano? Dove sta, in altri termini, l’essenza dell’umanità? Per i transumanisti non sta nel corpo, ma nella capacità di produrre, trasferire ed elaborare informazioni; e, del resto, cos’altro in un’era in cui la comunicazione è la metafora centrale dell’esistenza umana?”

Queste immagini parlano di ‘presenze’. Tracce, segni lasciati senza consapevolezza, ciò che resta dell’adagio di un corpo e che, in maniera inequivocabile, rinviano al reale come mistero della presenza. Sono presenze dell’essere umano ed evocano l’enigma assoluto della vita e della morte, la loro eccedenza rispetto a ogni rappresentazione.

Le sagome, i movimenti impressi da un corpo su qualsiasi superficie, su cui lo stesso insiste, (in questo caso lenzuola, cuscini) esprimono la sostanza, la forza presente nell’essenza stessa di ogni essere umano, non intercambiabile.